Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Per chi ha seguito le nostre ultime rubriche sarà stato impossibile non notare che nelle ultime
settimane di Maggio abbiamo avuto modo di curiosare in modo sospetto tra le mura di Latte
Project Space
! (Clicca qui per leggere l’ultimo articolo di Art Advisor!)

Tra un’opera e l’altra siamo dunque capitati durante l’allestimento dell’ultimo progetto espositivo della galleria andato in scena nel weekend tra il 27 e il 29 Maggio a Faenza. Ad esporre nel contesto faentino è stata Victoria DeBlassie, artista statunitense con doppia cittadinanza italiana, che da anni vive e conduce la sua ricerca artistica in Italia.

Abbiamo quindi deciso di fare irruzione ed interrompere l’allestimento per non farci scappare
l’occasione di scambiare due parole con un’artista incredibile come Victoria! Nelle breve intervista
che abbiamo realizzato abbiamo parlato di agrumi, sostenibilità e materiali di recupero.
Buona Lettura!

D: La tua storia è molto particolare e questo è uno di quei casi in cui è corretto dire che
comincia realmente lontano da qua. Ti va di raccontarci come ti sei avvicinata al mondo
dell’arte e come mai la scelta di rendere protagonisti gli agrumi nel tuo lavoro?


R: Vengo da Albuquerque – New Mexico – tra Texas e Arizona. Quando avevo 15 anni sapevo già
di voler fare l’artista, perché vengo da una famiglia dove l’arte è sempre stata presente. Quindi il
mio non è un percorso nato per caso!
Comunque, in adolescenza la mia mansione in casa era quella di fare la spremuta d’arancia per il
brunch della domenica. Così come in Italia c’è l’usanza del pranzo della domenica, noi (negli Stati
Uniti) abbiamo il brunch, che altro non è che un’unione tra una colazione in ritardo e un pranzo in
anticipo. Quindi, dopo tutte quelle spremute, pensavo fosse uno spreco buttare via le bucce
d’arancia e quindi ho iniziato a raccoglierle, conservarle e lasciarle asciugare al sole.
Da lì ho cominciato a trarre ispirazione e a iniziare ad utilizzare i materiali di scarto all’interno del
mio lavoro.

Fin dall’adolescenza ho sempre avuto in mente di poter sviluppare la mia tecnica tramite il
processo di conceria utilizzato sulle bucce degli agrumi. Dopo essermi laureata, prima presso l’università del New Mexico, poi presso il California College of the Arts, ho approfondito la mia ricerca sugli agrumi e, grazie anche alle mie origini Lucane, ho avuto modo di poter studiare per un po’ in Italia durante il mio master e mi sono subito innamorata. Ho capito immediatamente di voler tornare e ho fatto domanda per un progetto all’estero, sempre in Italia.
Durante il mio percorso di studi, personali e accademici, ho avuto modo di approfondire
tantissimo il tema degli agrumi. Per esempio ho letto questo libro che si chiama “Oranges”- di
John Mcphee – che parla dell’utilizzo delle arance nella storia. Mi ha colpito molto una parte
riguardante la storia italiana, con particolare attenzione al periodo rinascimentale. Pensa che in
quell’epoca storica le arance avevano valore paragonabile all’oro, erano prestigiose, rare e
soltanto le persone ricche potevano permettersele. Si dice persino che nello stemma dei medici le
sfere presenti simboleggino in realtà arance.

D: Dunque la scelta di utilizzare materiali di recupero è sempre stata presente all’interno
della poetica del tuo lavoro creativo. Come pensi sia cambiato ed evoluto nel tempo il tuo rapporto con i materiali che utilizzi?


R: La mia ricerca – appunto – è cominciata quando avevo 15 anni. Mi sembrava uno spreco dover
buttare le bucce di arancia che avanzavano per la spremuta. Questo è stato il mio spunto
principale per iniziare la mia ricerca.
Tutti gli oggetti che abbiamo intorno nella nostra vita hanno una storia che dobbiamo scoprire e
valorizzare. Questo concetto per me è fondamentale. Scegliere di utilizzare i materiali di scarto
non è solamente una scelta ecologica – anche – è soprattutto un’opportunità per riflettere su ciò
che ci circonda e capire cosa ha da raccontarci della nostra vita e della nostra storia. É importante
fermarsi a riflettere su queste cose, ci fanno capire i valori e cosa possiamo migliorare per il
futuro. Per la mia opera è molto importante l’idea di “chance”. Quando cammino per strada, vedo
un oggetto che qualcuno sta buttando via capita che io lo usi come spunto per la mia ricerca
artistica.
Con le bucce degli agrumi invece è una cosa che ho sempre fatto e che continuo a fare. É un
lavoro che richiede tempo e precisione. Ovviamente queste tecniche sono tutte nuove per me,
non so le opere che fine faranno tra alcuni anni, se moriranno o no. Per esempio ho imparato che
se metto un materiale specifico sulle bucce quando sono in essiccazione poi il colore rimane vivo,
se invece non la metto si ossida e diventa più scura.
Questo per farti capire che è un’opera viva, come un’essere umano, che cambia nel tempo e ci fa
ricordare anche il nostro corpo.

D: Nel tuo lavoro sono presenti diverse tecniche che immagino sia necessario saper
padroneggiare alla perfezione per riuscire ad ottenere un risultato preciso ed impattante come il tuo. Quali sono gli step che devi seguire dalla nascita all’esposizione di un’opera?


R: Con la mia opera diciamo che ci vuole sempre tempo per capire che fine farà. Per esempio i
lavori che facevo da piccola sono ancora a casa dei miei e stanno ancora bene, anche se ho
usato tutt’altro processo per crearli. Io sono interessata a spingere i materiali al massimo del loro
potenziale. Negli Stati Uniti usavo una colla specifica per i lavori d’archivio, che aiutata al clima
secco, mi aiutava al mantenimento delle bucce. In Italia uso invece il processo di conceria, ho
collaborato con il Polo Tecnologico Conciario (PO.TE.CO) a Castelfranco di Sotto. Era una cosa incredibile
collaborare con loro perché abbiamo fatto tantissime verifiche per capire cosa funzionasse e cosa
no. Abbiamo dovuto usare i prodotti chimici – che non fanno male all’ambiente – e altri invece che
si usano in ambito medico, il tutto mescolato insieme ad altri prodotti, per creare un processo che
però non posso rivelare perché è un segreto!
La conservazione delle bucce invece dipende da tanti fattori. Per esempio quando conservo le
bucce in casa mia ho imparato che devo sempre metterle tra qualche foglio di Scottex perché se
no prendono troppa umidità.

D: Quale progetto hai deciso di portare e proporre nello spazio di Latte Project Space?


R: Il progetto a cui sto lavorando per Francesca fa parte di una serie di “cascate”. Ho preso
ispirazione dai giardini rinascimentali e la presenza degli agrumi in essi.
Ho deciso di usare la cascata perché richiama alcuni elementi dei giardini rinascimentali: le
fontane, grotte e ruscelli. Un modo per legare il passato al presente.
In questa opera nello specifico ho fatto anche uso di altre tecniche. Ho aggiunto la tintura rossa,che aveva un valore alto nel rinascimento, per creare queste strisce di diverse lunghezze.

Con questa mostra volevo creare questo rapporto con il passato, presente e crescita, in modo da
farci riflette anche sulla sostenibilità. Quando pensiamo ai nostri valori culturali dobbiamo sempre
chiederci da dove vengano, questo anche per riflettere sul futuro, perché se non pensiamo di
utilizzare i materiali in un altro modo, possiamo trovare la chiave per avere un futuro più
sostenibile.


D: Utilizzando principalmente materiali organici nel tuo lavoro è probabile che, nel corso del tempo, possano subire dei cambiamenti per esempio: le dimensioni, la composizione e il colore. In questo caso avremo davanti un’opera diversa rispetto alla precedente. Come valuti questo cambiamento nell’opera? Racconterà una storia diversa o racconterà sempre la stessa storia ma con più esperienza?


R: Questa è una bella domanda. Secondo me racconterà la stessa storia ma con più esperienza
perché sarà più potente. Mi prendo un grande rischio per fare questo lavoro, ma perché c’è un
valore nell’assumersi i rischi, perciò mi interessa. Ci sarà più esperienza che potrà arricchire
l’esperienza stessa dell’opera e la sua storia. A livello storico e personale.

D: Chiudiamo l’intervista con la prima domanda che, spontaneamente, mi è sorta quando
ho visto il tuo lavoro per la prima volta. Ma come ci si procura così tante bucce d’arancia?
Ma soprattutto c’è un modo specifico per tagliarle correttamente?

R: Solitamente mi chiedono se abbia mangiato io tutte quelle arance!
Allora diciamo che io vado da diversi bar che mi lasciano gentilmente le bucce in avanzo per le
spremute. Le arance devono essere tagliate a metà se no poi è troppo difficile trattarle, poi
bisogna pulire dalla parte bianca interne. Un lavoro molto scrupoloso in cui sono molto brava! Ci
vuole pazienza. Molti amici vogliono aiutarmi ma non ce la fanno perché ci vuole precisione e sensibilità manuale.

spineproduzione

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