Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse

Eron, “Forever and Ever, nei secoli dei secoli”,
 pittura spray, 2010, San Martino in Riparotta (Rimini)


“THE ROMAGNOLO WAS LACKING”

Terra di teste eccentriche, di smanie nello sguardo, di sangue bulicante. Cuori irregolari, bestie rare. Mattoidi, avrebbe forse detto Lombroso. Cervelli fosforici, iperattivi, sempre in gestazione.

Insomma terra di poeti.

Censirli, anche solo contarli, sarebbe un’impresa. Specie per gli ultimi anni, che hanno visto emergere non pochi validi poeti, giovani e giovanissimi.

Per forza di cosa, quindi, questo articolo si limiterà ad aprire una breccia – anzi una crepa.

Infatti, in qualunque modo la si cerchi di agguantare, la materia sguscia via come un’anguilla di Comacchio, si imbosca con furia cinghialesca o sparge ovunque i suoi aculei di istrice. L’alta concentrazione di autori e la loro irriducibile eterogeneità sconsigliano qualunque tentativo tassonomico.

La possibilità di assestare un primo colpo di machete nella boscaglia, tuttavia, ce la offre Pound. Si tratta certamente di un appiglio arbitrario, ma suggestivo. Così l’alfiere del modernismo inizia il trentottesimo dei suoi labirintici Cantos:

And God the Father Eternal (Boja d’un Dio!)
Having made all things he dc
think of, felt yet
That something was lacking, and thought
Still more, and reflected that
The Romagnolo was lacking, and
Stamped with his foot in the mud and
Up comes the Romagnolo:
    «Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»
Il Padreterno (Boja d’un Dio!)
Fatta ogni cosa saltatagli
In mente sentì
Manca ancora qualcosa
E pensandoci s’accorse
Mancare il Romagnolo.
Pestò il piede nel fango
E fuori saltò il Romagnolo:
    «Dio boja, eccomi qua.» (Ezra Pound, Cantos XXXVIII 1-9)

Di seguito i versi di Aldo Spallicci (1886-1973) rinnovati e ricuciti dal rapsodo americano:

E’ Signor, fat e’ mond, e’ va un pô in zir
e cun San Pir e’ pasa dó parôl;
e intant ch’j è int una presa, u i fa San Pir:
«La Rumagna t’l’é fata, e e’ rumagnôl?
U i vô dla zenta sora a sti cantir,
t’a n’vré zà fé la mama senza e’ fiôl?».
«Me a t’e’ farò, mo l’ha dal brot manir,
e a j ho fed ch’u n’gni azuva gnianca al scôl!».
E’ dasé ’d chilz par tëra cun un pè
e e’ fasé saltê fura ilè d’impët
e’ vigliacaz de’ rumagnôl spudé.
In mangh ’d camisa, svidurê int e’ pét,
un capalcìn rudê coma un fator:
«A sò iqua me, ciò, boia de’ S… !».
Il Signore, fatto il mondo, va un po’ in giro
e con San Pietro scambia due parole,
e mentre sono in un podere, gli fa San Pietro:
“La Romagna l’hai fatta, e il romagnolo? Ci vuol gente sopra questi campi,
non vorrai mica fare la mamma senza il figlio?”
“Io te lo farò, ma ha brutte maniere,
e credo che non gli giovi nemmeno la scuola”. Dette un calcio per terra con un piede
e fece uscir fuori lì dirimpetto
il vigliaccaccio del romagnolo sputato. In maniche di camicia, sbottonato sul petto,
un cappellaccio a ruota come un fattore;
“Sono qua io, allora, boia del S….!” (Aldo Spallici, E’ rumagnùl)

Da qui partiremo.

Dalla sacralità tutta profana, dal barbaro vitalismo, dalla concretezza visionaria. Dalle mani che non sanno stare ferme, dalle bocche che non sanno stare chiuse. Ma anche – è il rovescio della medaglia – dalla maschera dannata, dall’indole ferina, lunare.

Insomma dall’individuo che rivendica e proclama spudoratamente la sua esistenza:

La storia del mondo è la storia di temperamenti in contrapposizione. […] La civiltà moderna proviene dall’Italia, dall’Italia del Rinascimento [innanzitutto la Rimini di Sigismondo e la Romagna del Valentino – N.d.A.], la prima nazione che ruppe con il dogmatismo aquinate e proclamò l’individuo; rispettò la personalità. Questo brilla ancora nel «Così son io!» [Cfr. il poundiano-spallicciano “«Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»/«Dio boja, eccomi qua.»”] dell’italiano comune quando gli viene chiesto il motivo delle sue azioni.

(Ezra Pound, Provincialismo, il nemico, 1917)

Lo si farà senza pretese di oggettività o sistematicità, nel tentativo – per forza di cosa riduttivo e parziale – di indagare in poesia quella che è forse la più evidente e peculiare fra le tante anime delle Romagna. Quella di cui il Padreterno, quasi desideroso di creare il suo bestemmiatore (la sua nemesi in miniatura, folletto-demiurgo che gli tenga testa in quanto a cosmogonie, rovesciamenti e diluvi universali), sente prepotentemente la mancanza. Quella di cui il mondo intero, sembra suggerire l’Omero del Novecento, patisce l’assenza:

The Romagnolo was lacking.

UN PROFANO “FARE SACRO”

Laggiù nel crepuscolo la pianura di Romagna. O donna sognata, donna adorata, donna forte, profilo nobilitato di un ricordo di immobilità bizantina, in linee dolci e potenti testa nobile e mitica dorata dell’enigma delle sfingi: occhi crepuscolari in paesaggio di torri là sognati sulle rive della guerreggiata pianura, sulle rive dei fiumi bevuti dalla terra avida là dove si perde il grido di Francesca: dalla mia fanciullezza una voce liturgica risuonava in preghiera lenta e commossa: e tu da quel ritmo sacro a me commosso sorgevi, già inquieto di vaste pianure, di lontani miracolosi destini: risveglia la mia speranza sull’infinito della pianura o del mare sentendo aleggiare un soffio di grazia: nobiltà carnale e dorata, profondità dorata degli occhi: guerriera, amante, mistica, benigna di nobiltà umana antica Romagna.
(Dino Campana, La Verna, Ritorno.)

Sin dai Canti orfici di Dino Campana, c’è in non pochi autori romagnoli, come del resto in molta poesia contemporanea, la ricerca di una sacralità premoderna, ancestrale, pagana. Una sacralità che non di rado – come suggerisce l’ambiguità del termine latino saceraffonda le sue radici nel profano, nello sconsacrato, nel quotidiano.

Eminentemente religiosa la poesia di Rosita Copioli (Riccione, 1948), foriera di uno sguardo e di una voce che scelgono e legano – il richiamo alla radice di religio pare quanto mai appropriato – nomi, icone e misteri (da intendersi ovviamente in senso tecnico rituale) del vissuto, della storia, della tradizione filosofica, esoterica e artistica. È una poesia tutta moderna e insieme tutta antica, innervata da una favilla sacerdotale, druidica, eppure mai anacronistica. Una poesia musiva, bizantina, che non teme l’astrazione, le forme ieratiche, marziali, eteree, l’ornamento (mai forma vuota, sempre forma mentis). Una scrittura che, dall’esordio del 1979 (Splendida lumina solis, Forum) fino a Le acque della mente (Mondadori 2016), passando per Il postino fedele (Mondadori 2008), non teme di confrontarsi con la preziosità dell’oro, lo splendore icario del sole, e l’altisonanza di un dettato solenne. Così in Beltà, riluce la sacralità del profano: “tutto ritorna”, nietzschianamente, irrompono sinestesie e corrispondenze, “dietro le siepi” si accendono “gli occhi dei nostri paradisi”, il tempo si fa concreto e vivo come lievito (“l’anno fermenta nelle case”). Animata da un’istanza alchemica, che respinge ogni reificazione, la parola non arretra di fronte all’enigma, ma vi si presenta davanti nuda e senza falsi pudori. Ne deriva una sorta di caleidoscopico sincretismo in cui si incontrano fiamme pentecostali, la “vite frondosa” di Bacco e il satori buddista (“una stagione non nata, la stagione che non / volge né ritorna, il passo senza misura / di anno senz’anni, e semprevivi”).

Guarda, tutto ritorna, anche i segni nel muro
e dietro le siepi gli occhi dei nostri paradisi
senza ragione d’esserci volgono a tornare,
ritornano per non dimentica, quanto trae
ciascuno il suo piacere – e adspice:
anche se a me tuttavia: perché la sera volge,
e l’anno fermenta nelle case, e si dispongono tutti
ad uscire i ragazzi sulle strade, e scendono tutti
per il loro amore: chi si guarda e chi, fuori
del buio, nella luce si prende e gli occhi
puntati nel cuore della luce: il silenzio
brillante della luce, l’ascolto.
Chi non si è accorto che non c’è tregua,
e che incessante brucia, ciascuno a suo piacere.
Così, dopo che ha visto, ciascuno la sua luce,
brucia la propria insania nell’ombra, e riesce,
nel lucore, come vite frondosa.
Mentre parliamo il silenzio volge nella sera
et sol crescentes descedens duplicat umbras:
e tuttavia brucia, e richiama
una stagione non nata, la stagione che non
volge né ritorna, il passo senza misura,
di anno senz’anni, e semprevivi,
piante perenni, che come succhia il tempo
le sue linfe gonfie si gettino al rigoglio
dell’amore che brucia.

(da Splendida lumina solis.)

Liturgica, sebbene in senso diverso, è anche la poesia Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), che proviene dal teatro e al teatro ritorna. Un teatro inteso in senso religioso, alla maniera greca, come spazio pubblico (circolare, comunitario, consacrato), altare di un’interiorità collettiva, dove la parola, amplificata dal suo legame viscerale con il suono, la musica, il gesto e la danza, si fa vaso di un pensiero in grado di ospitare l’alterità. Rito sonoro, bagno acustico, immersione battesimale che rende possibile il dialogo fra il dire ispirato del poeta e l’ascolto ugualmente ispirato del pubblico. “Rito è in fondo una manovra che carica i simboli”, afferma la Gualtieri, “e in questo caso i simboli sono le parole.” Maneggiare simboli, quindi, sporcarsi le mani, tracciare segni. Insomma poesia come pomerio, come geometria della rivelazione, perimetro sacro e insieme calpestabile. Non un “essere sacro”, ma un “fare sacro”, con tutta la portata concreta e pragmatica che il fare porta con sé.

Ne sgorga uno slancio vitale spudorato, evangelico, che non fugge il lato dionisiaco, violento e capovolgente, dello stare al mondo:

Anch’io voglio tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

(da Solenne, Fuoco Centrale, Einaudi 2003).

Tutta la poesia della Gualtieri è un continuo cantico creaturarum (ma anche creatorum et creationum), che scova e ritrae le anime animali e vegetali dell’uomo, in forma “di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca” (da Canto di ferro, Paesaggio con fratello rotto, Luca Sossella, 2007). Che osserva, dettaglia e ripete le operazioni di artigiano con cui si mette mano alla vita interiore.

Accanto alla pulsione mammifera e cacciatrice-raccoglitrice, c’è un sentimento pagano, di villaggio (pagus appunto), gentile (anche nel senso etimologico di gens – si pensi alla raccolta d’esordio Antenata, Crocetti, 1992). Sentimento di focolari (e Lari), di tana, di utero, di membrana cellulare:

Certi alberi vicini alle case
sostano in una pace inclinata
come indicando come chiamando
noi, gli inquieti, i distratti
abitatori del mondo. Certi alberi
stanno pazientemente. Vicini
alle camere nostre dove gridiamo
a volte di uno stare insieme
che ha dentro la tempesta
noi che devastiamo facce care
per una legge di pianto.

(da Naturale sconosciuto, Bestia di Gioia, Einaudi 2010.)

Sacrale, di una sacralità concreta, giornaliera, indissolubilmente legata ai genii locorum (e qui i loci sono innanzitutto quelli d’entroterra riminese) e ai penates (nel senso etimologico di penus, “nutrimento, provvista”), è la poesia di Luca Nicoletti (1961, Riccione). Ideatore e curatore di letture, mostre e rassegne, ha pubblicato tre raccolte di poesia: L’essenza del mosaico (Pazzini, 2006), Comprensione del crepuscolo (Passigli, 2015) e Il paese nascosto (Italic Pequod, 2019). Il fuoco di Vesta su cui Nicoletti arroventa la sua penna è l’intima connessione tra parola e immagine, testimoniata dalla madre Rosita, fotografa, e praticata con laboriosità benedettina in un continuo esercizio di illustrazione, da intendersi come lustrazione, ovvero purificazione, decantazione, chiarificazione del sentimento, del pensiero e del ricordo:

Gennaio pare ritagliarsi, in via definitiva
l’immagine distesa sulla luce chiara
che ci accoglie, senza grandi clamori,
in una sensazione meridiana ritrovata
nella stessa distanza, la piccola vista
parziale, e consumata, di questa finestra.
Le intermittenze dell’albero di Natale, fino
a ieri, ci avevano portato su un sentiero
diverso, l’attento monolite dello spazio
famigliare inventa di continuo espedienti
per non farci pensare alle vere oscurità
del bosco. Il breve periodo del dopo
albero è cominciato, e questo calmo
silenzio anticipa l’avvento di una luce
diversa, le ombre giganti si accorciano
di giorno in giorno, il loro mondo
orizzontale adesso ha fretta.

(Da Il paese nascosto.)

È un senso del sacro che, come si vede, sgorga dal fontanile dell’esperienza personale, della dimensione domestica e del paesaggio (urbano e naturale), ma in un’ottica postromantica che attraversa Pascoli e, per così dire, lo “aggiorna”, alla luce della frammentazione accelerata dell’io e del mondo di oggi. Sacra è infine, per Nicoletti, “un’idea umanistica e civile della vita e della storia [e ovviamente della poesia e dell’arte – N.d.A.], proprio quella che pare oggi così compromessa nel mondo contemporaneo” – così Giancarlo Pontiggia nella prefazione all’ultima raccolta – “in una prospettiva di domestica chiarità e di umile verità del cuore, senza nondimeno dimenticare quella cifra di ulteriorità, di indecifrabilità della condizione umana.”  

Sacra, ma decisamente più notturna, ctonia, sospesa nella penombra di rito psicopompo, è la voce di Martina Abbondanza (1993, Cesena – Il giorno tutto, Landolfi 2016; Le ombre sanno esattamente dove stare, La Vita Felice, in uscita). Con i suoi versi asciutti e taglienti come un’alba nordica, sillaba oracoli che chiedono di essere inverati. Animata da un’inquietudine luziana, si muove senza timore, con una fredda pietas, fra “le ombre che non hanno obbedito”. Ombre limbicole, pagane, intrappolate nell’attesa di una redenzione che sembra continuare ad attardarsi. E intanto prosegue la ricerca di una parziale ma irrinunciabile salvezza negli sprazzi veridici del quotidiano, quando, finalmente individuata, una particola di realtà si staglia contro i giorni falsi e bugiardi. La Abbondanza inaugura una mantica dell’ombra e dell’amore che vuole tenere insieme la fragile materia dell’esistenza e i desideri per lungo silenzio fiochi che portiamo dentro. Come Proba, prima poetessa cristiana, che nel suo centone virgiliano chiese ai versi del propheta nescius di cantare un epos evangelico, così la Abbondanza non desiste dal tentativo di tradurre “i lamenti / delle anime che non riescono a passare”.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

(da Il giorno tutto)

Infine sacrale, di una sacralità oceanica, taumaturgica, junghiana, è la poesia di Ivonne Mussoni (Rimini 1994), che dopo l’esordio con la plaquette A un quarto d’ora d’universo (Heket, 2013) ha pubblicato per Giulio Perrone La corrente delle cose ultime (2017) e Sirene (2021).

La sua è una scrittura che non teme di confrontarsi con i grandi temi del destino, della perdita e della conoscenza né con gli archetipi mitologici e antropologici. È una poesia duplice, ibrida, che mescola natura umana e animale, terrestre e marina, celeste e infernale, luce e ombra, sacro e profano:

Eravamo quasi donne
nel poco che mancava
lucertole, uccelli, meduse,
tempeste,
orsi e serpenti.
La cosa più vicina
all’essere perfette.
Era quel drastico esserne vicine
a farci sentire più forte il bene
e così il dolore,
a qualcuno è permesso l’inciampo del petto

l’errore

ma a quelli di tutta altra specie
più lontani dal silenzio smisurato dei fondali.

(da Sirene.)

Una poesia che non nega il lato abissale, vertiginoso della realtà, ma che sente la necessità di fecondare questo buio con la luce e l’aria del canto e dello sguardo

C’è una prima colpa nel perdere
la propria giovinezza,
quella colpa per sempre ci somiglia.
È tutto un ripetersi il resto
da lì si lascia andare ogni cosa,
le gambe, le mani
tranne la voce più forte di prima
per dire, alla fine, perdono,
chi siamo.
(da Sirene.)

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

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