Elisa Nanini – «Cosa resta dei vetri»

Perderti ma non perderti

Un sacchetto volato via
non è fuori posto su un albero.
A volte pensare è scivolare
nel tuo armadio disabitato,
la meraviglia pienezza di senso:
di non sola terra scrive la Terra
il rumore dell’anta
sul cemento batte le dita
e non puoi farne a meno.
Perderti ma non perderti
è forma di ogni tetto
qualcosa che assomiglia a una preghiera
grigia di parole invecchiate
l’erba del nulla
miracoloso che ci unisce. L’acqua
scricchiola sotto.
Oggi ti sento e non so dirti
più che indicibile,
dietro il nylon inarcato a ponte
volerti bene è figlio del figlio,
filo,
taglio tanto da essere vivo.


*


Vasi comunicanti

L’odore dopo il temporale
vasi comunicanti
le vene dorate sulla ceramica
che il cuore giapponese cuce
di nuovo valore, i lampioni

e il nero d’angeli tra una figura
e l’altra. Ti chiedi chi sono
ma prima dovremo racimolare
molti pezzi rubati. Chiedili
alle amiche di sempre

non ti risponderanno,
chiedili alle stanze di ogni clessidra
non tremerà corda vocale.
I ristoranti mangeranno
i gradini scivoleranno

il letto farà finta di dormire
le auto ascolteranno la musica
le biblioteche sfoglieranno pagine
il parco riderà, cambierà.
Dicono che l’assenza parli

E. Nanini, Cosa resta dei vertri, Corsiero editore, Reggio Emilia, 2020

come una conchiglia all’orecchio:
la domanda interpreta
gli strumenti delle arterie,
le onde infinite si regalano
a geometrie intrecciate.

*


Cosa resta dei vetri

Musiche immobili, scarnificate
di vacanze già respirate
sono qui, ad aspettare che mentano
il clic di un interruttore, i notturni
verdi vetri levigati dalle onde.
Ma lo senti, serio sul viso
una cartolina non destinata
una pietra lanciata troppo avanti
arresa chissà dove
tra gli odori pungenti dell’estate
che si sbriciola nella folla:
le bancarelle brillano agitate
vele incendiate
negli incroci, nelle vie incrinate
di luce in luce arenate nel vento
chiamato, scorporato
incapace di riconoscersi.


*


Portici

Lo scacco
martella le maniglie
bloccate nel ghiaccio
inchini forzati d’attesa
le sfere di cristallo rotte
e la bufera calma
di coriandoli e schegge.
L’acustica della polvere segue
i mulinelli per uscire illesa.
Veloce, non pensare
l’inganno dell’inchiostro
senza la nostra scelta, nero
e medicina consumata.
Portici antichi
affreschi
teste abbassate:
che diagnosi per noi comete?
Una Bologna d’ombrelli, non resina
dentro profumi natalizi
e alberi illuminati,
con i nostri zaini scavati,
con i nostri regali rimandati.


*


Lasciare il vento

Mi dicevi che ieri eri
solo la lacrima disabitata
di un orizzonte
senza Non ti scordar di me
una rugiada della ruggine.
L’orologio risuona il porto
corrode la buccia delle custodie
il cielo trasformato di continuo
ha il sentimento del mimo
nella scia degli aerei.
Ascolta un paradosso libero
la chiave che non gira le fessure:
la fine dell’alba scioglie i suoi lacci
di lanterne più forti nell’aurora.
Secchielli aperti
invertono la mano sulla sabbia,
le nostalgie più profonde
sanno lasciare il vento.

Elisa Nanini (8 marzo 1994) è nata e vive a Modena. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureata in Lettere moderne all’Università di Bologna. Attualmente prosegue gli studi umanistici in Italianistica, Culture letterarie europee, Scienze linguistiche all’interno del medesimo ateneo. I suoi versi sono stati selezionati nello spazio La bottega di Poesia de «La Repubblica», edizione di Bologna (maggio 2019), e in occasione dei concorsi poetici Mosse di Seppia Cafè Vol. V (2019) e Rimalmezzo (2020). Ha partecipato al Poesia Festival (edizioni 2019 e 2020). Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020), con nota critica di Alberto Bertoni. È stata ospite del salotto digitale «Carta Vetrata» (9 dicembre 2020) e di «Hermes Magazine» (9 febbraio 2021).

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