Antonio Vittorio Guarino – Inediti

a D.C.

D’in poi e dove copre la neve, ora, il freddo corpo di una lattina,
il primo cielo di Dante in alluminio, il ragazzo rannicchiato,
come un feto, nella foto dello spot contro il fumo, stampata
sulla busta di tabacco Winston, a ricordare il rischio della
morte e non la sua certezza, in un forse che è calcolo
di probabilità esposte e rimosse – per un riflesso animale
continuare a vivere, fumare – nell’immagine – senza
didascalia l’uomo sarebbe solo un bambino, un’ecografia
in fase avanzata, una vita. Sul palmo di ghiaccio del paesaggio
offerto al cane artico una lunga pausa che annusa la luna
possibile, i dendriti fioriti dalle rocce, le facce curve e questa
tristezza analogica.


*


Spopolamenti: in questi anni di adolescenze ci hanno
abitati a frotte i corsi, ricorsi storici – rincorse storte
nella terra semper tremata, semper dormiente sul
ventre sognante, incubante, incubata nell’incubo che
preme le veglie abortendole al giorno; il corpo che ne
esce, che se-ne-(e)sce di casa, per la strada, alle tre e vede
l’allucinata piazza, il cielo, la faccia nell’acqua piovana
che fluttua in marcia di barche rovesciate nel porto
di portici dove s-offre la restante parte: tutto è carne
da macello e ignota cosa estesa sul foglio
di una mappa catastale.


*


Ci è morto un vecchio ucraino lì dentro,
mi hanno detto. Cosa i topi rosicchiassero
lui lo rosicchiava lo stesso, il faut bien
manger
tra le coperte messe sul corpo,
i macchinari solitari abbandonati e gli schermi
grigi e bombati dei computer solidali con lo scarto
umano. Un cyborg ucraino o una chimera, oppure
ancora entrambe le cose – che non sono cose
ma viventi per eccesso o difetto. Prima e dopo
della porta una traccia di sangue secco, quasi
scomparsa, indica il percorso dell’incognita
rimossa dall’essere al non essere, o piuttosto
l’inverso, come a Pasqua – è vivo forse.


*


Area interna, la cagna ringhia sul mento del bambino.
Quali organi crescono e si ammalano dentro di noi?
Le spoglie di amianto si incrinano e liberano il veleno
nelle nari degli operai che moriranno poi – sapremo
infatti che la storia era inscritta nel pane che mangiamo,
nella casa che ci caccia alla strada, nella fabbrica abban-
donata, dove lo spettro di Taylor misura il gesto facendo
economia sull’ampiezza del braccio: lo sforzo deve
essere ridotto ma costante, così da consentire al corpo
una lunga performance, l’appropriazione di una cadenza
spoglia di soggetto. Ora, qui, persino questa schiavitù
è stata una promessa, adempiuta solo nel lutto, nella perdita
di un posto a fatica occupato dal morto.


*


e una congiunzione di uscita non c’è, al massimo
un et introflesso che letto al rovescio ritorna “te”,
nulla di ad-giunto o giunto da, cambiando il pre-
fisso in ab (che in latino sta per “da”) ad indicare
una provenienza esterna, aliena, cosmica. Il rest-
ante appagato dorme, da sempre arrivato al suo
orgasmo, che è la costante del soggetto:
riprodursi in se stesso come deietto, liquido
seminale che permane in una crosta incolore
di ejaculazione retrograda, uno spettro al di là
dello specchio, un alone di oggetto. Così nulla
ci ha raggiunti entro il raggio di cento chilometri,
ché la dentale preposta al resto ne occlude l’entrata,
l’ingresso.

Antonio Vittorio Guarino (Napoli, 1985) vive ad Avellino. Laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Ha pubblicato: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior, e Cronicismi (Oèdipus, 2020). Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.

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