Alberto Barina – «Gli idoli sbagliati»

Dopopranzo d’infanzia

Tutto succede
in un dopopranzo d’infanzia.
Mi piaceva origliare
la grafia minuta di mia madre
il suo respiro, sarcofago di dea.
Si giocava a predire il futuro
dalle forme allungate delle ombre,
dalle altalene delle nuvole.

Si contavano i sassi
delle strade a cui anelavamo.
La libertà che si espandeva
in certa immaginazione.
Gli anfratti impensati
nei quali ci si spartiva la paura.

Emettevamo suoni primordiali
i nostri tuoni dei sogni,
mentre correndo
maturava
il grado di acidità del cuore.


*


Hiroshige

È piovuto all’alba
sulle bacche di sambuco.
Ora,
hanno un rigurgito di sole,
vertigine per gli uccelli.

A. Barina, Gli idoli sbagliati, Placebook Plubishing, 2020

Vendemmiano
un silenzio nero, quasi oscuro,
infatuate del cielo.

Alla traccia madreperlacea
della finestra,
ogni giorno,
conto i miei idoli sbagliati
come Hiroshige.


*

Ninfea

Dio
ha pensato ad un cielo liquido
agli ornamenti, alle stelle diurne,
alle geometrie di radici pulsanti
consegnate all’eternità,
di un fiore che siede immobile
unico e nuziale.
Chissà se l’acqua ha memoria
dei suoi meccanismi di difesa.


*


Emily

Sacerdotale in un dagherrotipo,
ago del paradiso.
L’esistenza è
un’iscrizione vitruviana del bianco,
la stanza una vela maestra.

Le parole rischiarano unite
tutte
ogni volta,
in punti di perfette costellazioni.

Che cosa è davvero importante e fondamentale scrivere in una biografia che sappia andare al di là del mero elenco di date e fatti che poco o nulla dicono della persona? Che sono nato il 3 maggio del 1975? Che ho iniziato a reggere in mano una penna e a “sporcare di nero il bianco” all’età di sedici anni, aiutato e sospinto dall’ascolto della musica? Che scrivo con la mano sinistra? Che non ho mai coltivato utili amicizie tra critici letterari, riviste, salotti mondani di poesia? Che forse dovrei scusarmi con molte persone se a volte mi definisco poeta e se altre ancora mi chiamano con questo appellativo? Che ora posso dire di sentirmi privilegiato se alcuni amici decidono di ricamare i miei versi sulla stoffa per poi farne dono ad altri? Se una delle cantautrici italiane più brave, ma purtroppo sconosciuta, prende spunto dai miei versi per scrivere e creare una canzone? Che ho accumulato un po’ di premi e riconoscimenti vari, nel corso del tempo, ma farne l’elenco mi sembra un atto presuntuoso e che la relativa elencazione è del tutto inutile e priva di interesse per chi legge? So che non dico (e non scrivo) nulla di nuovo, che non invento nulla che già non sia stato detto e scritto. So che i miei versi non cambieranno il mondo (e nemmeno hanno la capacità di poterlo fare). In ultima istanza forse bisognerebbe chiedere alle parole che uso come se la passano sotto di me, se si sentono trattate bene, se si sentono rispettate, se si sentono prese per il “verso giusto”. Forse loro (e solo loro) potrebbero tentare di scrivere una mia biografia sensata.

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