Zoom 1.2 – Intervista a Pluz

Nello scorso articolo di Zoom (recupera l’intervista ad Alessandro Turoni cliccando qui) ci siamo lasciati affrontando il tema della metamorfosi intesa come l’azione che segna il passaggio di stato della materia.
E proprio oggi parleremo del rapporto con la materia ponendo alcune domande a un artista dinamico e rivoluzionario ma allo stesso ben radicato alla tradizione storico-artistica della sua città natale, Faenza.

Stiamo Parlando di Alessandro Placci, in arte Pluz, ceramista Faentino, classe 1990, il cui operato comincia da autodidatta nel 2018, per andarsi a sviluppare nel corso degli ultimi anni in modo totalmente imprevedibile, dai Gorilla’s Snouts fino alla Ceramica Punk.

Abbiamo chiesto a Pluz di parlarci del suo percorso e di come in lui è cambiato il rapporto con la materia.

PUNK

D: Nella serie Ceramiche Punk è evidente come le opere create da te vadano a rompere in maniera netta con la tradizione, in primis perché trascendono il collegamento immediato con la praticità dell’opera creando una sorta di straniamento tra la classica funzione dell’oggetto e l’ambiguità della sua forma; in secondo luogo quando mescoli forme, colori e consistenze diverse per creare un’opera la cui primordiale esistenza è sancita dall’uscita dal forno.

Charles Baudelaire diceva che «ciò che è creato dallo spirito ha più vita della materia»; nel tuo caso, qual è dunque il collegamento tra spirito e materia che ti porta ad avere un tale dinamismo all’interno dell’opera, tanto da farla sembrare in vita?

R: Bella regaz, innanzitutto grazie di cuore per avermi inviato.

Nel caso di Ceramiche Punk, ho provato a riscoprire e portare alla luce il mio io sedicenne, costantemente dubbioso e con in testa domande su tutto quello che mi circondava. Credo derivi da questo il “dinamismo” che avete preso in analisi. Ho cercato di ricreare il senso di inadeguatezza e la rabbia di un teenager, attraverso cui cerco di stravolgere il mondo che percepisco attorno a me.
Con la ceramica cerco di esprimere esattamente queste sensazioni, manipolandola istintivamente e senza progetto, mischiando terre differenti ed incompatibili tra loro. Lascio che lo spirito di quel ragazzino emerga trasferendosi nella materia e il momento in cui accade è ben percepibile. È come se la terra mi spifferasse il suo destino, in tutte le sue crepe e spigolosità. Io non faccio altro che assecondarla lasciandola libera di esprimersi.

Altro punto fondamentale è la natura. Mi sono “imposto” lo scopo di riportare quella terra sovrastata da linee rette e perfette a tutta la sua involontaria naturalezza per dargli la voce che si merita.

Pluz, Ceramiche Punk
Pluz, Ceramiche Punk

SOLITUDO

D: «A volte andare avanti è andare indietro» è una delle frasi che mi viene in mente dopo aver osservato con attenzione la serie Solitudo, composta da opere che sembrano veri e propri reperti di un’antica civiltà sconosciuta, proveniente addirittura da un altro pianeta molto simile al nostro.
Di questa serie colpisce soprattutto l’impronta archeologica che traspare dalle varie opere, ma pure una cura atipica verso alcuni particolari a noi oscuri, veramente alieni, che sottolineano la chiave di lettura che ci viene a mancare per comprendere il costume di tale civiltà immaginaria di cui noi siamo e ci rendi testimoni.

In una città dalla forte tradizione ceramica come Faenza, in che modo hai superato i canoni imposti dai maestri classici, creando uno stile di rottura così unico, essendo oltretutto tu un autodidatta?

R: In realtà, come dicevo prima, tutto il mio lavoro nasce istintivamente. Non mi sono obbligato a stravolgere la tradizione, non voglio nemmeno averne la presunzione, ma la condizione di autodidatta mi ha portato ad “arrangiarmi” a mio modo.

Ho provato a far diventare il mio punto di forza la magnifica imperfezione della terra, addomesticandola il meno possibile.
Penso che il merito sia suo, io provo solo a fare da tramite.

Pluz, Solitudo
Pluz, Solitudo

GORILLA

D: Nel film cult 2001: odissea nello spazio, la prima scena presenta come protagonista una scimmia, simbolo per eccellenza dell’evoluzione, ma anche, per certi versi, emblema della tua creazione artistica, tanto da diventare il tuo soggetto prediletto quando ti presti a esercizi di stile o a sperimentare nuove tecniche di produzione.
Nella celebre scena si vede il primate prendere progressivamente coscienza dei mezzi che la natura gli ha messo a disposizione per elevarsi mentalmente e dunque evolvere.

Ti va di raccontarci qual è stata la tua personale “evoluzione”, descrivendoci il passaggio che ha mutato il tuo rapporto nei confronti della disciplina, trasformandola da semplice passatempo a vero e proprio mezzo di espressione?

R: In contrapposizione a quello detto in precedenza, nel mio percorso è stato ESTREMAMENTE fondamentale il periodo passato a fianco al maestro Gino Geminiani. Da lui ho appreso la dedizione e il rispetto verso la materia.

Iniziando a produrre i mie lavori in una vera e propria bottega, sono venuto a conoscenza delle varie tecniche e materiali. Mi piace principalmente l’alta temperatura, perché mi mette a disposizione una gamma più ampia di terre naturalmente “colorate” con cui adoro giocare. In più entra l’incognita dell’infornata che a quelle temperature non permette possibilità di errori (si parla di 1200 gradi).

È come se giocassi a dadi con la sorte e questa cosa mi gasa particolarmente.
Il caso governa tutti i miei lavori, e gli sono estremamente grato.

Pluz, Big Gino

Alessandro Assirelli

spineproduzione

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